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	<description>Un mondo senza alcuna logica, libero!</description>
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		<title>Emulazione</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 12:48:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Forse qualcuno di voi ha letto quel numero di Rat-man in cui lui finisce in una specie di convento di monaci tibetani e dà la vera versione del perché il dottor Destino ha un&#8217;armatura completa (L’immutabile destino, 1997 Panini Comics). 
Nel convento vigeva la regola che chi ti vedesse commettere un errore (parolacce e imprecazioni [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p>Forse qualcuno di voi ha letto quel numero di Rat-man in cui lui finisce in una specie di convento di monaci tibetani e dà la vera versione del perché il dottor Destino ha un&#8217;armatura completa (L’immutabile destino, 1997 Panini Comics). </p>
<p>Nel convento vigeva la regola che chi ti vedesse commettere un errore (parolacce e imprecazioni comprese), ti doveva denunciare gridando: &#8220;Metallo, metallo!&#8221; e tu vincevi un pezzo di armatura.</p>
<p>A me non sembrava di aver usato, negli anni, un linguaggio particolarmente colorito, anzi! Nonostante questo per ora ho vinto: calzari, busto e collare, non avevo notato di aver vinto tutte queste cose (dato il prezzo che mi sono costate) finché qualche mese fa, il medico del pronto soccorso non me lo ha detto!</p>
<p>Ero in macchina con due miei amici e un tizio ci è venuto addosso. Lì per lì non ho avvertito se non una specie di scossa elettrica al collo ma dalla mezz&#8217;ora successiva in poi le cose sono cambiate. Mi sono fatto circa due ore sdraiata con un collare su una barella del<span id="more-1192"></span> pronto soccorso e poi la bella notizia!</p>
<p>&#8220;Lei ha vinto un collare modello… a caso e anche un miocalmante (dove il prefisso “mio” sta per “muscolo” non per calmante di proprietà del medico), faccia attenzione perché fa venire sonnolenza, le prenda per tre giorni o quattro e stia a riposo&#8221;. Ha detto proprio così.</p>
<p>Già pregustavo il sonno saporito anche se indotto e anche se per sole tre notti!<br />
I premi vinti sono chiaramente soggetti a tassazione! E poi io le ho prese le pastigline, ma di sonnolenza neanche l&#8217;ombra! Tra gli effetti collaterali &#8220;rari&#8221; c&#8217;era scritto che il farmaco può dare insonnia! Ma raramente!</p>
<p>Riposarsi quando tutti hanno da fare è una noia immane, ho rivisto tutti i film che avevo sul pc, alcuni anche due volte.</p>
<p>Quest’estate mi avevano prestato i parapolsi da skater, perché mi ero stirato un polso facendo yoga e già la cosa destava meraviglia tanto che avevo pensato di mentire e dire che avevo la sindrome del tunnel carpale, ora mi sono sfasciato l’altro polso, molto probabilmente in maniera più tradizionale, giocando al computer, ma ovviamente alla dottoressa ho detto che non so come sia potuto succedere chissà, l’età che avanza…sicché  forse mi faccio un regalino.  </p>
<p>Per fortuna questa volta è il polso destro, sono mancina. Avete mai provato d’improvviso a prendere la penna con l’altra mano e cercare di scrivere? O ancora più semplicemente provate a tagliare una fetta di pane con l’altra mano. </p>
<p>Io ho perso il senso dell’orientamento, non sapevo più tagliare, prendevo la forma di pane, la giravo a testa in giù, poi la ruotavo in senso orario, antiorario, tenevo fermo il coltello e ruotavo il pane, alla fine ho passato il coltello nella sinistra, studiato la posizione delle dita e riprodotto il tutto con la destra, conclusione, tenevo fermo il coltello e muovevo il pane. Al momento sento una falangina che fa i capricci, i guanti danno sempre un che di distinto.</p>


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		<title>L&#8217;ombra azzurra</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 12:46:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti di fantasia]]></category>
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La Sposa era giovane e con Lui imparò l&#8217;amore. Lui viveva in una grande magione con decine e decine di stanze e Lei si divertiva a esplorarle. Aveva infatti ricevuto in dono dal suo Amore un enorme e prezioso mazzo di chiavi: ogni chiave le avrebbe aperto una porta [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p>E vissero felici e contenti&#8230; per un po&#8217;!</p>
<p>La Sposa era giovane e con Lui imparò l&#8217;amore. Lui viveva in una grande magione con decine e decine di stanze e Lei si divertiva a esplorarle. Aveva infatti ricevuto in dono dal suo Amore un enorme e prezioso mazzo di chiavi: ogni chiave le avrebbe aperto una porta del castello. </p>
<p>Per mesi e mesi la ragazza si divertì a curiosare e a scoprire specchi, mobili, vestiti, suppellettili di ogni foggia, vecchie foto, giocattoli, libri, scarpe&#8230; ma un giorno arrivò all&#8217;ultima chiave, una chiave minutissima e di vecchio stampo, senza riuscire a trovare la corrispondente serratura.  </p>
<p>Il buon umore della donna svanì di colpo, ed ella iniziò a vagare per il castello triste e malinconica alla ricerca dell&#8217;ultima porta. Passò poco tempo, e la relazione con lo Sposo iniziò ad incrinarsi, la Sposa era infatti sempre più infuriata con lui perché pensava che le stesse nascondendo qualcosa, finché un mattino calò un&#8217;ombra azzurrina sulla vita di<span id="more-1185"></span> entrambi. </p>
<p>Da lontano la giovane scorse avvicinarsi ed ingigantirsi una macchia scura nel cielo: quando fu veramente vicina riconobbe una nuvola immensa di farfalle azzurre che avvolsero lo sposo e lo portarono via con loro. La ragazza, disperata, nei giorni successivi prese a vagare senza meta per il castello. </p>
<p>Una sera d&#8217;estate, finì senza accorgersene in una zona dell&#8217;edificio che normalmente restava in ombra. I nervi tesi, gli occhi sgranati, la ragazza cedette all&#8217;istinto di cercare ancora la porta misteriosa, e fu lì e in quel preciso istante che gli apparve davanti, quasi per magia, una porta di legno antico e consunto dai tarli, che non aveva notato prima. </p>
<p>Stupita e quasi felice della scoperta, inserì la minuscola chiavetta che portava ormai legata al collo e, emozionata, sentì che si incastrava perfettamente e riusciva a girare. Afferrò la maniglia, la abbassò dolcemente, tirò la porta a sé con un cigolio e&#8230; quel che vide la fece rimanere di sasso.</p>
<p>La ragazza cadde in ginocchio, le mani fra i capelli, le lacrime agli occhi. Ma cosa c&#8217;era in quella stanza? Nella parete più lontana imperava un enorme ritratto dello Sposo dipinto in maniera eccellente tanto da sembrare vivo. </p>
<p>Ma non del suo sposo come lo conosceva lei. Era il dipinto del suo sposo da vecchio: un essere fragile, rugoso, dagli occhi vitrei e stanchi, sofferente. Non aveva niente a che vedere con l&#8217;Uomo che lei aveva amato: bello, forte, coraggioso, malizioso.  </p>
<p>La ragazza si alzò in piedi, e si avvicinò con il cuore che le batteva fortissimo in petto. Quando si trovò vicinissima al dipinto, cominciò a scrutarlo meglio, a seguire le linee delle rughe, a indovinare il motivo dei calli alle mani e dell&#8217;espressione sofferente. </p>
<p>Percorse con lo sguardo i capelli bianchi e radi e, all&#8217;improvviso, la prese un moto di commozione. Quell&#8217;essere rappresentato non le sembrava più tanto mostruoso e diverso da lei: sentì invece di volergli bene, di volergli accarezzare la testa e curare le piaghe.</p>
<p>Si mise a piangere calde lacrime, invasa dalla nostalgia, e fu allora che la nuvola azzurra ritornò per riportarle l&#8217;uomo che avrebbe amato per sempre.</p>


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		<title>Il paesello ai piedi delle Alpi</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2010 12:50:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia</dc:creator>
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Ad essere pignoli una mia amica ha pubblicato su facebook un link a [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il suddetto, dove abita mia sorella, a parte essere famoso per gli extraterrestri che atterrano in sfere a gruppi di tre o a gruppi di tre sfere per volta, non ricordo bene, ma mi sembra la stessa cosa, l’ho sentito una volta per radio.</p>
<p>Ad essere pignoli una mia amica ha pubblicato su facebook un link a youtube, in cui c’era la registrazione di una trasmissione alla radio e io ho ascoltato questo pezzo di trasmissione.</p>
<p>Posso dire di averla sentita per radio?</p>
<p>Non è una domanda retorica, mi chiedo quanto sia falsificabile un file trattato in questo modo, secondo me troppo, anzi spero proprio che sia facilmente falsificabile perché voglio sperare fosse una qualche parodia!</p>
<p>Quello che ho sentito: sigletta della radio trasmissione sugli ufo ed extraterrestri telefonata in diretta di un tizio che dice di chiamare dal paesello… lui non li ha mai visti, ma dei suoi amici che fanno escursioni nei boschi circostanti li hanno visti spesso la notte (o forse non era specificato quando) ed erano a gruppo, tre e di forma sferica e luminosi.<span id="more-1166"></span> </p>
<p>Ora, se l’avvistamento avviene al buio o all’imbrunire, due luci di forma sferica possono essere gli occhi di un gatto, tre sfere luminose con molta umidità potrebbero essere fuochi fatui ma forse non è molto probabile, invece, che siano extraterrestri…</p>
<p>Dopo varie telefonate del genere, segue l’intervista a un politico attualmente ministro, per quello che gli ho sentito dire e che scriverò di seguito eviterò di fare nomi cognomi e schieramenti politici.</p>
<p>Il ministro è al corrente che ad alti livelli sono informati, con prove alla mano, dell’esistenza degli ufo, ma siccome la popolazione non è pronta tacciono e negano, in ogni caso lui premerà sulla Comunità Europea (in combutta con l’esercito per nascondere la verità), perché queste notizie non siano più ritenute segreti militari.</p>
<p>Se lo avesse detto qualcuno all’opposizione si potrebbe usare la solita scusa per dire che gli avversari non accettano la sconfitta e cercano di buttare fango sul governo, in questo caso il governo fa anche il ruolo dell’opposizione e gli altri si sentono un po’ inutili ma sono fatti loro.</p>
<p>La cosa che mi inquieta è: per fiducia nel nostro esercito non dovremmo pensare che ci nasconde delle cose, quindi gli extraterrestri non esistono e i politici dicono… bugie. Un esponente del governo in carica (che quindi non ha intenzione di minarne la stabilità) dice che esistono e sono i militari a mentire quindi non fidiamoci dell’esercito ma dei politici italiani! </p>
<p>I miei amici atei si chiedono ancora come mai mi ostini a considerare Dio più attendibile dei due precedenti e pensandoci bene Dio è un organismo internazionale ed anche extraterrestre, è uno ma trino, può apparire sotto forma di luce più ovale che sferica forse, nel senso che la persona di Gesù è alta e magra, ma nelle varie visioni non ho mai sentito dare forma alla luce.</p>
<p>Sorgono un po’ di domande!</p>
<p>Torno a leggere fumetti.</p>


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		<title>Giocattoli per bambini</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2010 11:46:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giunta alla veneranda età di trentasei anni suonati, durante le vacanze di Pasqua, ero a casa di mia sorella e uno dei miei due nipoti, quello grande, aveva un nuovo modello di skateboard. 
La tavola tipica, almeno ai miei tempi, era costituita da quattro rotelle sottili due avanti e due dietro, poste sotto la base. [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p>Giunta alla veneranda età di trentasei anni suonati, durante le vacanze di Pasqua, ero a casa di mia sorella e uno dei miei due nipoti, quello grande, aveva un nuovo modello di skateboard. </p>
<p>La tavola tipica, almeno ai miei tempi, era costituita da quattro rotelle sottili due avanti e due dietro, poste sotto la base. Questo nuovo ritrovato della scienza ludica, invece, era costituito da una barra di acciaio ai cui estremi erano attaccate solo due ruote piroettanti, ossia giravano in tutte le direzioni, il tutto ricoperto da una tavola di design.</p>
<p>Ho eseguito un’azione diversiva con le quattordici uova di Pasqua che i miei nipoti avevano racimolato tra regali e regalini e l’ho provato anche io. All’inizio ero molto insicura, continuavo ad andare avanti e indietro, alla fine riuscivo a fare due anche tre passi, fino a quando non mi sono tranquillizzata e mi sono fatta distrarre da un gatto rosso che mi osservava impassibile dal giardino di fronte, mi sono sbilanciata e ho dato una ginocchiata nell’inferriata della veranda che stavo usando come pista. </p>
<p>Ma una ginocchiata… il gatto per tutta risposta si è voltato a guardare l’ingresso della casa dove voleva entrare, io invece sono andata zoppicando fino al frigorifero, ho<span id="more-1164"></span> preso un ghiacciolo di quelli blu che si usano per le borse frigo e sono stata venti minuti col ghiaccio sul ginocchio.</p>
<p>Per tornare allo skateboard, mezzo sicurissimo a prova di bambino, ma non di maggiorenne, ho passato un paio di mesi con un livido e un ginocchio scorticato.</p>
<p>Non mi succedeva da almeno vent’anni ed era tutta un’altra cosa rispetto al farsi male per essere inciampati o essersi urtati accidentalmente, non c’era quella rabbia o quell&#8217;impazienza, a parte che per il primo quarto d’ora non c’erano nemmeno le facoltà mentali. Quando il giorno dopo mi sono ripresa, ho pensato: “Mi sono sbucciato un ginocchio!” </p>
<p>Dire che ero contenta non è esatto, ma era la stessa sensazione che si prova da bambini quando si fa una cosa pericolosa, e poi ci si vanta esibendo le prove, c’è un non so che di orgoglioso nello zoppicare, ma non davanti agli adulti che ti sgriderebbero e anche quando sei grande c’è sempre qualcuno più adulto di te che non ti dice niente ma ha l’espressione tipo: “Eh la gente che non si rende conto dello scorrere del tempo…”</p>
<p>Ero quasi divertita, mi sono sentita tanto monella e anche molto incapace visto che il nipote di dieci anni provava i salti dagli scalini al pavimento senza danni. Alla prima occasione ho regalato a tutti le protezioni da skater di quelle che poi sembri proprio uno tosto, penso che ginocchiere e gomitiere le possa usare, quanta differenza ci sarà tra dieci e trentasei anni!</p>
<p>Spero poca, perché voglio imparare ad andare sullo skateboard postmoderno, senza esibire lividi, come una vera bambina capace, non come un’adulta inetta. In ogni caso ho passato i due mesi successivi esibendo il mio ginocchio sbucciato come fosse un trofeo.</p>


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		<title>Estate 2010</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Aug 2010 10:32:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo un anno di assiduo lavoro e di risultati soddisfacenti lo Staff di OkRacconti.com si ferma per il meritato riposo estivo ed annuncia a tutti gli utenti iscritti alla Newsletter che il servizio verrà sospeso dal 5 al 27 Agosto.
Nell&#8217;attesa di tornare con molte idee e novità, auguriamo ai nostri lettori una buona estate in [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1159" title="okracconti" src="http://www.okracconti.com/contenuti/okracconti4.jpg" alt="okracconti" width="150" height="150" />Dopo un anno di assiduo lavoro e di risultati soddisfacenti lo Staff di OkRacconti.com si ferma per il meritato riposo estivo ed annuncia a tutti gli utenti iscritti alla <strong>Newsletter</strong> che il servizio verrà sospeso dal 5 al 27 Agosto.</p>
<p>Nell&#8217;attesa di tornare con molte idee e novità, auguriamo ai nostri lettori una buona estate in compagnia dei nostri post che continueranno, invece, ad essere pubblicati regolarmente, per stupirvi ancora con nuovi racconti.</p>
<p><strong>Lo Staff di OkRacconti.com</strong></p>


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		<title>I miei capelli</title>
		<link>http://www.okracconti.com/2010/07/26/i-miei-capelli/</link>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 08:50:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti autobiografici]]></category>
		<category><![CDATA[abito]]></category>
		<category><![CDATA[camerino]]></category>
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		<description><![CDATA[I miei capelli sono spettinati. Non ha importanza che li abbia lunghi o corti, lisci o ricci, sarei spettinata anche se li rasassi a zero. Appena li sistemo stanno abbastanza bene ma al minimo zefiro ritornano esattamente come vogliono loro e devo anche stare attenta al taglio, scalato sì, ma in una certa maniera, altrimenti [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p>I miei capelli sono spettinati. Non ha importanza che li abbia lunghi o corti, lisci o ricci, sarei spettinata anche se li rasassi a zero. Appena li sistemo stanno abbastanza bene ma al minimo zefiro ritornano esattamente come vogliono loro e devo anche stare attenta al taglio, scalato sì, ma in una certa maniera, altrimenti le punte si arricciano: quelle sulla testa (più corte) all’ingiù, e quelle sui lati (più lunghe) all’insù, c’è stato un periodo in cui sembravo un incrocio tra un ananas e un albero di natale.</p>
<p>I miei capelli non sono governati dalle leggi della fisica ma da quelle di Murphy e hai voglia a mettere la crema idratante, balsamo, non sono crespi e neanche particolarmente secchi ma semplicemente… spettinati.</p>
<p>Era periodo di saldi, così io e una mia amica decidiamo di fare un giro per negozi prima che finissero le taglie. Nel mio secondo negozio preferito vedo un vestitino in seta corto con una profonda scollatura sulla schiena che a me piacciono tanto.</p>
<p>Io ho la terribile abitudine di non guardare la taglia dei vestiti, questo in particolare mi sembrava abbastanza largo, con qualche difficoltà lo infilo, mi stringeva un po’ sui fianchi, lo tolgo con una qualche difficoltà maggiore e poi scopro che non è la mia misura.<span id="more-1128"></span> Mi faccio dare la taglia più grande ma stringeva un po’ sui fianchi; decido seduta stante di iniziare a fare ginnastica e di smettere di mangiare merendine a tutte le ore del giorno e della notte. Ho iniziato a sfilare l’abitino molto delicato, in seta, decorato con una catenella che più che cucita era appena trattenuta al vestito attraverso il filo. Forse mi sono un po’ innervosita per paura di sciuparlo, fatto sta che prova e riprova non voleva venir via.</p>
<p>Chiamo la mia amica in camerino per aiutarmi:<br />
“Forse è meglio cercare di sfilarlo di sotto”.<br />
Alla luce dei fatti non si è dimostrata un’idea eccellente.<br />
“Senti, lo compro, tanto mi piace molto, non costa caro, poi si pensa a come sfilarlo!”<br />
“Ma no, aspetta lo tiro su e provo dalle spalle!”</p>
<p>Nel frattempo non sapevo come fare per non ridere, se ridi i polmoni si gonfiano d’aria e il vestito non te lo scolli di dosso.<br />
Va bene, io trattengo il fiato, cioè svuoto i polmoni.”<br />
“Si dai sembra funzionare!”<br />
“Un attimo…” Faccio un paio di respiri e poi vuoto nuovamente i polmoni.<br />
“Ha superato le spalle!” Esultanza.<br />
“Aspetta gli occhiali!”<br />
“Ok ormai è fatta!”<br />
“ Attenta il fermaglio!”<br />
Attenzione chiaramente al vestito da trenta euro, mica agli occhiali da duecento trenta che avevo appena comprato!</p>
<p>Forse ho capito perché non bado molto alle taglie, mai stata così contenta di uscire dal camerino coi miei abiti indosso. Nel tragitto tra il camerino e l’uscita intercetto uno specchio:<br />
i miei capelli sono lunghi fino alle spalle ma riuscivano ugualmente a stare in orizzontale se fossi vissuta nel diciottesimo secolo non avrei avuto bisogno di parrucca per fortuna della cipria sì perché sono ancora del colore delle castagne come quando avevo quindici anni, diciamo che quel giorno in particolare invece di una castagna sembravo un riccio.</p>


<p>No related posts.</p>]]></content:encoded>
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		<title>Vernissage</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 08:43:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Blanche</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti di vita]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sul biglietto d’invito, mandato a più di 800 persone, era scritto che l’inaugurazione iniziava alle 21. Ma, in realtà, il pienone nelle sale del museo ci fu verso le 22, o meglio dalle 22 in poi, visto che io andai via proprio nel momento di maggiore affluenza e di conseguenza molto prima della fine della serata.</p>
<p>Ho avuto grande possibilità di osservazione quella sera, un po’ perché non conoscevo nessuno, un po’ perché la mia natura riservata e poco socievole non mi rendeva molto propensa a mischiarmi nella folla mondana. </p>
<p>E devo riconoscere che vedere le coppie percorrere i piani del palazzo-museo era come trovarsi a una sfilata di moda, o ad una gara di eleganza, con una larga predominanza di tacchi alti e vestiti corti, molto corti.</p>
<p>Un’esplosione di colore in questa serata estiva che faceva concorrenza ai quadri colorati dell’artista esposto! Saluti, sorrisi, strette di mani, perfino abbracci a seconda dell’importanza dell’ospite; il direttore porta una giacca bianca, e sua moglie una vestito di<span id="more-1117"></span> seta verde acceso che le lascia la schiena nuda, niente da ridire, il buon gusto è perfetto. </p>
<p>Il sorriso e l’entusiasmo non li abbandonano mentre accolgono gli invitati e li guidano per le sale; invece io li osservo silenziosa chiedendomi come sia possibile riuscire ad entrare così bene nel loro ruolo. Ma subito mi ricordo le parole del direttore rivolte a noi, due poveri stagisti, sull’importanza della comunicazione nel mestiere, materia che avevo tra l’altro studiato per dieci anni. L’utilità fondamentale delle strategie di marketing&#8230; L’importanza di ogni gesto e di ogni parola quando hai solo 20 secondi per convincere l’interlocutore, perché funziona così, è così oggi se vuoi colpire!</p>
<p>Sospiro&#8230; non ci siamo, io sono anni luce da queste nozioni, non sono brava a convincere e nemmeno mi interessano tanto le strategie di marketing! Ecco che mi irrigidisco e che inizio a sudare (perché, in più, con tutte queste persone c’è un caldo insopportabile), pensando a cosa ci sto facendo lì. E siccome sono bravissima nel registro drammatico, mi faccio una seconda domanda più generale chiedendomi se in fondo esiste un posto dove davvero mi potrei sentire bene e sentirmi competente. All’improvviso mi sembra che tutti possano vedere il mio disagio e stupirsi di quanto io sia fuori posto.</p>
<p>Meglio muoversi, fare due passi: vado a vedere la mostra nonostante la conosca già, ma non importa, perché solamente davanti ai quadri, nella mia solitudine, inizio a sentirmi un po’ meglio.<br />
Cammino, mi fermo, osservo i quadri, riparto e mi fermo di nuovo, provo a rimandare più possibile il momento in cui dovrò riscendere nella sala reception&#8230; Il problema è che anche se volessi andare via dovrei cercare e salutare il direttore e sua moglie, a cui sono stata affiancata per fare lo stage. Sarebbe brutto sfuggire senza dire nulla, anche se in fondo è probabile che loro non se ne accorgerebbero, anzi è più che probabile, è sicuro che non importerebbe a nessuno&#8230; Però, insomma, nel dubbio giochiamoci la carta dell’educazione. </p>
<p>Ahimè, e io che volevo sfuggire, ecco che mentre saluto la moglie, arriva il marito che non trova niente di meglio da fare che chiedermi cosa penso della mostra, aggiungendo subito con un sorriso da vincente che ovviamente questa domanda non mi lascia tanta possibilità di risposta! Ovviamente ricambio il sorriso e l’ironia sottolineando quanto mi sia davvero piaciuta. </p>
<p>Peccato che non trovo niente da aggiungere perché in quell’istante non mi vengono argomenti in quel senso, ma proprio nessuno. Mentre invece, mi verrebbe da dirgli che non ho ancora ben capito la sua scelta ovvero il confronto tra questi due artisti in particolare, che sto ancora cercando una chiave di lettura e che più ci provo e meno ci riesco e quindi meno ci riesco più mi sento cretina. E poi, non mi viene niente da dire perché non so inventarmi le cose e siccome metà delle opere non mi piacciono per niente (esteticamente parlando) è meglio che taccia. </p>
<p>Comunque non importa, il direttore sta già salutando un vecchio amico, e scusandosi con l’espressione che significa testualmente “non mi posso, ovviamente, fermare con la stagista quando ci sono tanti inviti importanti che stanno arrivando”, il direttore sparisce in fretta.</p>
<p>Pure io! Per la strada posso finalmente tirare un sospiro di sollievo, mi allontano veloce, quasi corro, talmente grande è la fretta di ritrovarmi in un ambiente più idoneo. Via, a Casa!</p>


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		<title>Quaranta passi</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jul 2010 13:26:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto giampietri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti inventati]]></category>
		<category><![CDATA[calciatore]]></category>
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		<description><![CDATA[A ventisei anni, quaranta passi, non sono niente. Sai di giocarti tutto, sei consapevole di poter cambiare le sorti del tuo paese. 
Ma sorridi, l’hai sempre fatto. Anche adesso che tutt’intorno hai così tanta gente che ti osserva, in attesa, in quello strano silenzio. Sorridi. Pensando a quella sera: a quando papà se ne è [...]


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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A ventisei anni, quaranta passi, non sono niente. Sai di giocarti tutto, sei consapevole di poter cambiare le sorti del tuo paese. </p>
<p>Ma sorridi, l’hai sempre fatto. Anche adesso che tutt’intorno hai così tanta gente che ti osserva, in attesa, in quello strano silenzio. Sorridi. Pensando a quella sera: a quando papà se ne è andato, per chissà quale motivo. </p>
<p>Ti ricordi quella stanza e tutte quelle persone assiepate dinanzi alla tv. Sorridi. A. era nella tua stessa situazione: un pallone, uno stadio, un dischetto. E la possibilità di un risultato incredibile. </p>
<p>Il papà ti aveva portato con sé, era il tuo compagno di gioco, l’amico più fidato. Negli ultimi tempi stava male. Ricordi il tiro e quella strana traiettoria. Fuori. Ricordi le<span id="more-1108"></span> lacrime, tra quelle mille bandiere verdi, rosse e gialle. </p>
<p>Ricordi le tue lacrime. Soprattutto quando il papà, quella stessa sera, durante il ritorno alla vostra casa di terra e fieno, si era accasciato all’improvviso. L’avevi chiamato tante volte. Aveva gli occhi sbarrati, ti fissava. Lo avevi chiamato ogni volta più forte: “Papà, papà”. Ma non ti aveva mai risposto.</p>
<p>“Non è niente, vedrai che tutto si sistemerà” ti rassicurava sempre la mamma, vedendoti preoccupato. Eri piccolo, troppo piccolo. Spesso la vedevi piangere ma non capivi il perché. Il dottore passava ogni tanto nel villaggio, la mamma vi faceva accomodare all’aria aperta. </p>
<p>Attendevi qualche minuto per salutarlo, sulla testa un soffitto blu scuro, carico di stelle che ogni volta provavi a contare. Lo attendevi in fila, assieme ai tuoi tre fratelli. Una sincera stretta di mano a James, David e Stephan. </p>
<p>Da te, Luke, il più giovane, quel camicione bianco si congedava con una carezza a quei capelli così neri e ricci. “Ciao Luke” ti diceva. Tu, con quei grandi occhi scuri, lo fissavi dal basso e, senza mai proferire una parola, lo ringraziavi: perché, quando se ne andava, il papà per un po’ stava meglio. E poteva venire a giocare con te, con quel pallone scuro che si era rotto chissà quante volte. </p>
<p>E che la nonna, con ago e filo, risistemava sempre. “Un giorno diventerai un calciatore” ti ripeteva Hector, il tuo papà. Tu ci speravi, era il tuo sogno. Lui in quella strana porta, con i pali fatti d’albero e senza traversa. E tu a calciare per ore, per giorni interi, senza sosta. </p>
<p>Fino a quando, ogni sera, la mamma vi chiamava: “Luke, Hector, venite”. Ti caricava sulle spalle, ti sentivi altissimo; la palla, l’altra fedele compagna di gioco, tra le mani. Ti piaceva quel suo passo ritmato: quel breve su e giù del tragitto fino alla casa. Quaranta passi più o meno.</p>
<p>Quella triste sera se ne era andato, senza dire nulla, senza più risponderti. Lo stesso avevi fatto tu, qualche anno dopo. Nel villaggio era arrivato un signore, ti aveva visto giocare. Ti aveva chiesto di seguirlo perché “un giorno diventerai un calciatore”, ti aveva detto. </p>
<p>Proprio come ti ripeteva Hector. Crescevi e il pallone era rimasto l’unico amico. Immaginavi il papà, in quella strana porta. Chiacchieravi, come facevi sempre quando giocavate insieme, nonostante fossi solo. Calciavi tra i due alberi, senza traversa. Ogni giorno più bravo, ogni giorno più preciso. La stessa passione. Ripercorrevi ogni volta quei quaranta passi, non più sulle sue spalle, per ritornare dalla mamma, da James, David e Stephan.</p>
<p>Fino a quella mattina. Un bacio, le tue poche cose raccolte in una sacca, le lacrime della nonna, la palla ricucita per l’ennesima volta, tra le sue vecchie mani. E via. In quella città così grande, tra quei ragazzi tanto bravi. Anche più di te. Alla mamma scrivevi: “Qui tutto bene, è bellissimo”. Ma non era vero. Ti mancava lei, ti mancava papà, la nonna, James, David e Stephan. </p>
<p>Ti mancava quella porta così strana, ti mancavano quei quaranta passi. Il pallone non era più lo stesso, le porte nemmeno. Non c’erano alberi, né campi polverosi. C’erano persone a vedere le partite, i terreni verdi, i compagni di squadra. Non c’erano più quei quaranta passi. Ma l’autobus e il treno con i quali raggiungevi l’allenamento.</p>
<p>Passavano gli anni, il calcio non era più un divertimento. Ma un vero e proprio lavoro. Ogni sera, prima di addormentarti, ripensavi alle parole del papà e di quello strano signore: “Un giorno diventerai un calciatore”. Era vero. Lo eri diventato. Adesso, a vent’anni di distanza, lo sei. </p>
<p>Hai un rigore da calciare, la maglia del tuo paese sulle spalle, un mondiale da giocare, un sogno da realizzare: proprio come A. quella sera. Lo stadio è gremito ma c’è uno strano silenzio. Sorridi. Ripensi ad A., alle tante persone assiepate davanti alla tv. Ripensi alla strana porta che non c’è più. </p>
<p>Non hai di fronte il tuo papà, ma un ragazzo come te. Sorridi. Ripensi alla polvere del tuo primo campetto, ai tragitti sulle sue spalle. Guardi le stelle, provi a contarle. Pensi a quei quaranta passi. Per gli altri sono pochi. Per te, sono tutto.</p>


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		<title>Feeling a stranger everywhere</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 00:19:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carla</dc:creator>
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		<category><![CDATA[individualismo]]></category>
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		<category><![CDATA[norvegia]]></category>
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		<description><![CDATA[Il mondo è pieno di stereotipi, si sa. Ed ognuno, forse, nella vita è o è stato vittima di un&#8217;etichetta (tipo: sei ingegnere allora hai la mente quadrata, sei artista allora sei un fricchettone e cose del genere) soprattutto qui da noi, dove le etichette piacciono molto.
Io ho provato a dare una spiegazione a questa [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il mondo è pieno di stereotipi, si sa. Ed ognuno, forse, nella vita è o è stato vittima di un&#8217;etichetta (tipo: sei ingegnere allora hai la mente quadrata, sei artista allora sei un fricchettone e cose del genere) soprattutto qui da noi, dove le etichette piacciono molto.</p>
<p>Io ho provato a dare una spiegazione a questa cosa delle etichette e ho pensato che prenderò come valida per l&#8217;Italia una spiegazione che un caro amico romano mi ha dato per Roma: siamo troppi, troppa gente in pochi chilometri quadrati, bisogna organizzare, definire tutta questa moltitudine in qualche modo. </p>
<p>E vabbé, al di là delle brutte conseguenze che questa organizzazione può avere sulle persone singole, prendiamo questa spiegazione per buona, giusto per rispettare la buona fede di chi usa e abusa di categorie e definizioni.</p>
<p>In fondo è vero: in Italia siamo davvero troppi. Siamo più di 60 milioni, ben 200 per chilometro quadrato. Avete capito bene. Significa che ogni 10 metri che fai hai la<span id="more-1088"></span> possibilità di incontrare almeno due persone, il che significa che se un giorno non vuoi vedere proprio nessuno non ti rimane che stare fermo dove sei.</p>
<p>Allora, se la mettiamo così, mi spiego anche l&#8217;immobilismo di questo paese: la gente ha un bisogno innato dei suoi spazi e dei suoi tempi, dei suoi momenti e del suo silenzio, così, in questa situazione demografica, non ci resta che stare fermi dove siamo.</p>
<p>Tutta quella storia dell&#8217;uomo che è un animale sociale etc etc.. non vuol dire che ci piace avere le persone che ci camminano ad un metro di distanza ovunque andiamo. Quella non è socievolezza ragazzi. Quella è solo molestia. E così, per evitarla, stiamo fermi. Tutto qui.</p>
<p>Avrei voluto avere la stessa lucidità e la stessa proprietà di linguaggio quando in Norvegia il mio papà ospitante mi mostrava orgogliosamente di cosa sono capaci i norvegesi: non sporcano, non si ammazzano tra di loro (al massimo se stessi, ma il danno provocato non a terzi ci sta&#8230;), riciclano, discutono pacificamente, lavorano con dedizione e passione ed una serie di cose bellissime che non sto qui ad elencare.</p>
<p>Premettendo che adoro la Norvegia ed in generale i paesi nordici; penso però che nessuno meriti di essere risparmiato da qualche osservazione, così, giusto per non peccare di superbia.</p>
<p>Posso dire con assoluta certezza, dopo quasi 10 anni di tentativi ed esperimenti, che quel sistema, ahimé, non è di facile importazione.</p>
<p>Partiamo dalla pulizia. La neve, da sola, non sporca. I prati conservati in luoghi freschi e asciutti non si seccano, non si trasformano in fango e poi in POLVERE e quindi, non portano sporcizia.</p>
<p>Va da sé che essere puliti dove non c&#8217;è sporco è molto facile. Adesso non vorrei che gli affetti da xenofobia latente sostituiscano i loro “sporco qui e sporco là” con dei più-politically-correct “impolverato qui, impolverato là”&#8230; Era solo un modo per dire che la pulizia talvolta è un compito facilitato per alcuni e non per altri&#8230; E non parlo solo della polvere.</p>
<p>A 69,14 gradi di latitudine ho visto gente sudare a neanche 20 gradi centigradi&#8230; non sudare, grondare come una trapunta appena lavata e stesa fuori dal balcone! E mentre stupita di tale sensibilità cutanea osservavo le persone intorno a me, indossando la mia immancabile giacchetta di cotone, mi sentivo dire “tu hai sicuramente caldo, solo che vuoi far vedere che non lo soffri”. Ma cosa dovrei soffrire?! Sopportavo bene quel tepore primaverile, un po&#8217; meno l&#8217;atteggiamento odioso di alcuni, quello si universale, a differenza della pulizia, e certamente senza suolo e bandiera.</p>
<p>Poi lassù si discuteva pacificamente. Si, è vero. Per me un vero e proprio relax. Niente urla, niente sovrapposizione di voci e pareri, tutto era chiaro e tutto era tranquillo. Tutto questo con 14 abitanti per chilometro quadrato, il che significa che per discutere con qualcuno lo devi proprio andare a cercare. E dopo che sei andato a cercarlo ci vuoi anche litigare? Sarebbe troppo irragionevole per della gente che calcola i pro e i contro anche dell&#8217;andare in vacanza.</p>
<p>Ecco, io direi che ad alcuni piace vincere facile e questi sono proprio i norvegesi! Ma sarei ingiusta e cadrei anche io nel vortice degli stereotipi se mi limitassi a ciò. Per questo vorrei spezzare una lancia in loro favore demolendo qualche stereotipo al contrario che anche loro, come tutti, subiscono.  Ed allora, sulla scia di un libro che mi è caro, che si intitola “In Sardegna non c&#8217;è il mare-  vorrei sfatare anche io qualche mito.</p>
<p>I norvegesi, e più in generale i nordici, sono un popolo freddo ed individualista.<br />
Freddo&#8230; nel senso della temperatura corporea? 37 gradi come prevedono le condizioni di sopravvivenza umana. Nel senso del far festa, beh, ho partecipato a feste di studenti, di paese, di famiglia, comandate e non, in cui ho riso, chiacchierato e ballato – anche senza alcool- come e quanto quaggiù. Di freddo c&#8217;era la neve e le bibite rinfrescanti, quello si.</p>
<p>Individualisti nel senso che pensano a loro stessi? Volete dire discreti? O che pensano ai loro affari? E quelli che si iscrivono ad un partito per vincere una gara d&#8217;appalto o che dirigono un sindacato per vincere un concorso o avere ferie pagate doppie stanno pensando a chi? Alla comunità? Ho visto rispettare regole condivise in ogni contesto, dalla scuola, alle poste, dal commerciante, all&#8217;impiegato postale e questo mi sembra il primo modo di esprimere un senso di comunità.</p>
<p>Ed io? Anche io sono stata vittima di stereotipi, in quanto sarda, in quanto italiana, in quanto europea. Da quando andavo in colonia da bambina e mi sentivo chiedere se in Sardegna c&#8217;erano i negozi, se mio padre era pastore e se ballavo il ballo sardo. Le risposte sono, rispettivamente, si, no, no. Così, a titolo informativo.</p>
<p>Poi sono passata ai “non so se mi posso fidare di te, sei italiana”, fino al più edificante “tu sei saggia, perché sei europea”. Inutile dire che di fronte a tali affermazioni qualche domanda mi si è posta! La prima è stata: perché tutti hanno qualcosa da dire sulla mia provenienza tranne me?</p>
<p>“Da dove vieni? Sardegna. Ah bello!”… ma perché? Belle le spiagge? Bello il paesaggio? Bello essere turista&#8230; si, ma non di se stessi, come saggiamente dice il caro Marcello Fois.</p>
<p>E poi il giro si chiude, quando si torna a casa. “La parigina, quella che ha studiato l&#8217;inglese, la donna di mondo, quella che se la tira, la sarda-norvegese”&#8230; e nel paese dei nomignoli, dove anche una Olga può diventare Luigina per i più, io divento tutte quelle cose e mi manca terribilmente il mio nome. Cinque lettere, semplice.</p>


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		<title>Pensieri notturni</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 12:44:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti autobiografici]]></category>
		<category><![CDATA[astronave]]></category>
		<category><![CDATA[Capitan Harlock]]></category>
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		<description><![CDATA[Era notte fonda, i lampi squarciavano il cielo e i tuoni seguivano immediatamente dopo.
“Il temporale è proprio quassù!”&#8230; ho pensato, mi sono alzata a staccare il computer dalla presa, c’è un parafulmini vicino ma meglio evitare rischi.
Quando mi sono svegliata il sole splendeva in un cielo tornato azzurro e, a proposito del nubifragio della notte precedente, [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p>Era notte fonda, i lampi squarciavano il cielo e i tuoni seguivano immediatamente dopo.</p>
<p>“Il temporale è proprio quassù!”&#8230; ho pensato, mi sono alzata a staccare il computer dalla presa, c’è un parafulmini vicino ma meglio evitare rischi.</p>
<p>Quando mi sono svegliata il sole splendeva in un cielo tornato azzurro e, a proposito del nubifragio della notte precedente, mi hanno riferito che i lampi illuminavano a giorno e il cielo sembrava un soffitto di luce. Mi sarebbe piaciuto vederlo ma, pensando che fosse il solito temporale, lì per lì ho solo riflettuto sul fatto che, dopotutto, non avrei messo la libreria in metallo vicino alla finestra e mi sono riaddormentata.</p>
<p>E’ raro che mi alzi dal letto durante la notte se non per motivi seri. La mia coinquilina, scherzando sulla notte passata, mi ha detto che quando ha sentito quel pandemonio si è svegliata e, per paura che l’antenna del telefonino attirasse i fulmini, ha estratto la pila. Capita che, svegliati di soprassalto si pensino le cose più strane, una volta io ho cercato<span id="more-1067"></span> di continuare l’azione che compivo nel sogno, fortuna che stavo solo dando un tagliaunghie a chissà chi.</p>
<p>Ovviamente io sono riuscita a fare qualcosa di molto migliore, di più fantasioso e in una notte serenissima velata al più da una nebbiolina che faceva molto mistero.</p>
<p>Qualche anno fa dividevo la mia camera con un’altra ragazza a cui, mentre dormiva, dava fastidio la luce che filtrava dalle tapparelle così chiudeva ogni minima fessura, c’erano stati amici a cena ma non ricordo i discorsi fatti in serata.</p>
<p>Quando ero andata a letto, il tempo era sereno, e la notte si preannunciava tranquilla. D’un tratto mi sono svegliata di soprassalto ed era notte fonda (che per me va dalle 2 alle 7,30), mi sono ritrovata in camera da letto, c’era un rumore molto forte e continuo, la camera era completamente buia, dalla finestra non c’era il minimo spiraglio di luce. Mi sono detta:</p>
<p>“Sta atterrando Capitan Harlock!”</p>
<p>Sono schizzata fuori dal letto dirigendomi in cucina. La finestra dava su una piazza illuminata da lampioni che emanavano una luce giallo- arancione, più arancione a dir la verità, sulla destra degli alberi con una colonna commemorativa, a sinistra una costruzione piuttosto antica ad un piano, di fronte altri alberi e più in là un grande incrocio. </p>
<p>C’era una nebbia leggera e la piazza era vuota ma il rumore si sentiva ancora, ho atteso un po’ guardando il cielo sperando che arrivasse, ma non è che un’astronave sia poco evidente, anche se è nera e notte.</p>
<p>Ho cominciato a pensare che forse sarebbe atterrata sul retro della casa ma la strada era stretta, ci sarebbe stato poco spazio, molto meglio la piazza. Più che un ragionamento era una speranza, perché l’unica finestra che dava sul retro era quella della camera da letto e non potevo aprire la tapparella, poi Capitan Harlock atterra sempre in uno spazio aperto con un minimo di alberi, non tra i vicoli delle città. Alla fine mi sono dovuto arrendere all’evidenza e sono ritornata mogia mogia a letto.</p>


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